Aderite in quanti più possibile, grazie
«Nel Darfur si muore da tre anni ma l’allarme lanciato da organizzazioni umanitarie e militanti per i diritti civili rimane inascoltato dai maggiori media occidentali e dai movimenti pacifisti in tutto il mondo. Finora si contano trecentomila morti, duecentomila rifugiati e due milioni e mezzo di sfollati che hanno fatto valere alla crisi il titolo di “genocidio”.
Eppure, i principali responsabili del genocidio sono ancora liberi: sono il governo sudanese, l’esercito e le milizie paramilitari arabe dette Janjaweed. Eppure sono state aperte diverse inchieste delle Nazioni Unite che hanno evidenziato i crimini contro l’umanità commessi nella regione: villaggi bruciati, donne e bambine violentate, bestiame confiscato, pozzi d’acqua e coltivazioni distrutte, violenze che hanno come oggetto i neri musulmani, cattolici e animisti, colpevoli di non essere arabi. Sono state inoltre approvate diverse risoluzioni dal Consiglio di Sicurezza, inviata sul posto una missione dell’Unione Africana (AMIS) e discusso il caso presso la Corte penale internazione dell’Aja. Le aree più critiche sono i territori del Darfur occidentale, lungo il confine con il Ciad e oltre, dove l’assenza di condizioni di sicurezza hanno ostacolato anche l’accesso degli aiuti umanitari.Il Ministro degli Esteri britannico Jack Straw ha denunciato sull’International Herald Tribune che il governo del Sudan e i movimenti ribelli violano la tregua ogni giorno e attaccano anche i convogli umanitari.Anche il Presidente degli Stati Uniti Bush ha definito la crisi del Darfur un genocidio, e ha chiesto di inviare quanto prima un intervento dei caschi blu dell’ONU per difendere la popolazione civile del Darfur [fonte: TheNewYorkTimes del 22 febbraio].
La missione dell’ONU dovrebbe sostituire quella dell’Unione Africana di 7000 unità, insufficiente a contenere le violenze delle milizie contro la popolazione civile. La missione dei caschi blu dovrebbe contare infatti almeno 20000 unità,avere un mandato forte ed essere purtroppo pronta a usare le armi ma non sarebbe comunque operativa prima di sette mesi. Intanto il governo di Khartoum ha chiuso oggi 15 marzo tre delle sedi di una delle poche associazioni per i diritti umani con sede in Sudan, la SUDO, perchè non gradisce il suo operato.
Putroppo l’opinione pubblica non sembra interessarsi al genocidio in atto nel Darfur. Si potrebbe sospettare che l’assenza del coinvolgimento degli USA in questa grave crisi umanitaria, possa aver determinato il disinteresse generale di quella parte della popolazione occidentale tanto attiva in altri momenti nel far sentire la propria indignazione difronte a simili atrocità condotte contro l’uomo. È in atto uno sterminio, perchè non ci sono proteste, cortei, concerti di solidarietà? Lo stesso accade per i morti della Cecenia, del Vietnam, del Nepal, di Cuba. Per iniziare, spargiamo la voce: è in atto un genocidio.»
Se volete esistono anche due siti in inglese, The Darfur blog e Coalition for Darfur.
VACANZE DA RE? NO, DA PRINCIPE?
NO, MEGLIO DA GATTOMAMMONE!
Basta, al diavolo berlusconiprodi
finicasinirutelli
dalemafassino
bushiraqprincipidisavoia
moggielatriade
televisonigiornali
e via scrivendo!
E' giunta l'ora del meritato riposo estivo. Il vostro Gattomammone si trasferisce nella versilia storica per ritemprare il corpo e l'anima dopo le fatiche dell'autunno invernoprimavera 2005-2006.
Ai miei cari amici di blog in possesso di chiave ( Ciampaglia, Maus, Mauro Biani, Gattasorniona, Fulvia Leopardi e buon ultima la mitica profepuntoit) il compito di mantenere vivo il contatto con voi visitatori per aggiornarvi sull'attualita' estiva. Per quanto riguarda me appuntamento ai primi di Agosto. Aloaaaaaaaaa.
P.s. Vi lascio un pezzo da leggere della sempre grande Lia Celi dal sito Bendix.
PP.SS: Domenica mattina alle 7.30 vado a votare No e poi parto.
IL SENSO DELLA SATIRA
antica novella cinese
Un giorno Ping Hsiao si reco dal maestro Lao Tse. Lo trovò in giardino, assorto nella contemplazione della natura. Il maestro si accorse che il discepolo nascondeva una spada sotto le vesti, e gliene chiese il motivo.
«Sto andando nella capitale per uccidere Hua Wu, l'infame, abominevole, perfido ministro dell'Imperatore - spiegò Ping -. Pagherà il fio delle sue malefatte».
Il saggio Lao Tse non si scompose. «Molto bene - replicò -. Dopodiché ti sarà versato piombo bollente nell'ano, cera bollente nelle narici e olio bollente nelle orecchie, mentre un aguzzino farà stridere un gessetto su di una lavagna».
«Sono preparato alla morte. E perfino al gessetto», disse Ping.
«E come la mettiamo con i sette mesi di retta che ancora mi devi? Poi, ammesso e non concesso che tu riesca a immergere quella spada nel malvagio cuore di Hua, protetto, com'è noto, da guardie del corpo la cui circonferenza toracica equivale a quella della mia capanna, non saranno passati trenta secondi che l'imperatore avrà già nominato un ministro ancora più infame, abominevole e perfido di Hua».
«Non può esistere un essere più malvagio di Hua», replicò Ping.
«Non hai conosciuto la mia ex moglie, figliolo».
«Maestro, una donna, per quanto malvagia, non può diventare ministro».
«E' vero. Ma io ti stavo parlando della mia ex moglie - precisò Lao Tse -. Assomiglia a una donna come io assomiglio a un bufalo d'acqua. Ed è molto più nociva di Hua. Almeno lui non cucina».
«Maestro, questa è bieca satira misogina».
«Naturalmente, figlio mio. Siamo in Cina, il paese più misogino del mondo. Se vuoi della satira femminista vai a cercarla in ... a... oddìo, non mi viene in mente un paese in cui si faccia satira non maschilista. Rimanendo entro la nostra galassia, almeno».
Ping Hsiao era irrequieto. «Io non voglio la satira, di nessun genere. Voglio uccidere Hua Wu, l'infame, abominevole, perfido ministro dell'Imperatore e liberare il popolo dall'oppressione».
«Ragiona, Ping. Per te è più importante uccidere Hua, o rendere felice il popolo oppresso?»
«Rendere felice il popolo, certo. Togliere la vita a un essere umano, per quanto la definizione poco si addica a Hua, non mi dà alcun piacere».
«Ah no? A me ne darebbe eccome. Ma sbudellare quello stronzo di Hua come un coniglio e drappeggiargli le interiora intorno al collo è facile, riportare il sorriso sulle labbra dei contadini sfruttati no. Meglio così. Di solito sono sdentati come pettini usati. E voglio proprio vederli sorridere, quando saranno investiti dall'ondata di repressione che si scatenerà dopo l'omicidio del ministro!».
«A questo non avevo pensato, maestro».
«Stammi a sentire, Ping. C'è un solo modo per risolvere il problema Hua e rendere più sopportabile la dura vita del popolo. Ed è proprio la satira. Insomma, devi farlo ridere».
«Ma chi deve ridere, Hua o il popolo?»
Lao Tse non rispose, e si immerse nella contemplazione dei ciliegi in fiore.
«Maestro - insisté il discepolo -, chi devo fare ridere?»
Il suo interlocutore lo fissò con immutabile serenità: «Con sette mesi di retta ancora da pagare, ragazzo mio, non puoi pretendere che io scenda nel dettaglio. Ma ti elargisco un'altra perla di saggezza: mentre il saggio pensa, il mulo sciolto scappa».
«Dove vuoi arrivare, maestro?»
«Io non lo so, ma il tuo mulo dev'essere già arrivato a Nanchino. E' un'ora che si è slegato dalla staccionata. Non te n'eri accorto?»
Ping Hsiao salutò in fretta il maestro Lao Tse, gettò a terra la spada e corse alla ricerca del mulo. Il giovane era molto turbato. Cosa aveva voluto dire il saggio? Per riportare la serenità nel paese, chi doveva far ridere? Un ministro divertito e rilassato sarebbe più clemente e umano? O il popolo, ridendo dei potenti, saprebbe affrontare con più coraggio le difficoltà dell'esistenza? O forse Lao Tse aveva bevuto troppa acquavite di riso?
Nessuna traccia del quadrupede fuggitivo. Ping Hsiao si rassegnò ad affrontare i cento giorni di cammino che lo separavano dalla lontana capitale. Nel frattempo, avrebbe meditato sul da farsi. D'accordo, la satira. Ma per chi, e contro chi? Il suo cuore lo spingeva a mettere il suo umorismo al servizio del popolo. Ma, pensava, un popolo che crede di liberarsi dalla sofferenza con una risata non si deciderà mai a ribellarsi. Forse è più utile farsi assumere come giullare alla corte di Hua Wu, metterlo di buonumore con barzellette su quel ciccione del ciambellano o quella zoccola dell'imperatrice, sperando che prima o poi rida tanto da crepare.
Al centesimo giorno di cammino, quando entrò nella capitale, Ping Hsiao non era riuscito ancora a capire quale doveva essere era lo scopo della satira.
Figuratevi se l'ho capito io, che ci sto pensando solo da un paio d'ore.
BENVENUTI A PUTTANòPOLI


(grazie a Maus)
PORCI SENZA ALI
dI Marco Travaglio (da L'Unita')
Per due giorni di seguito il Corriere della Sera ha commentato in prima pagina gli ultimi scandali. L'altroieri il vicedirettore Pierluigi Battista s'è occupato di Calciopoli e dei sospetti che aleggiano su alcuni magistrati torinesi. Ieri Piero Ostellino s'è dedicato all'indagine di Potenza che ha portato all'arresto di Vittorio Emanuele. Il primo ha accusato la Procura subalpina di eccessiva prudenza, «archiviando, nella città della Juventus, inchieste che altrove sono invece scoppiate come bombe sulla vita pubblica italiana». Il secondo ha accusato la Procura del pm Woodcock di eccessiva imprudenza, avviando «rumorosissime inchieste poi finite in una bolla di sapone» (cosa peraltro falsa). I due commenti sembrano fare a pugni. Invece sono due facce della stessa medaglia. Che si può riassumere nel celebre motto di Altan: «Porco è bello».
Un motto di cui Giuliano Ferrara è il caposcuola indiscusso, con allievi sempre nuovi e talvolta insospettabili. Sono vent'anni, da quando si cercavano alibi per Craxi, e poi per Andreotti, e poi per Berlusconi & C., che uno stormo di «intellettuali» si affatica a dimostrare che il potere, come diceva Rino Formica, è «sangue e merda». Non, beninteso, per bonificarlo. Ma per assolverlo sempre e comunque.
Sventuratamente, questo compiaciuto e voluttuoso avvoltolarsi nel fango incontra ogni tanto qualche ostacolo: qualche oasi di pulizia e di legalità alla quale si aggrappano i cittadini onesti per continuare a sperare in un cambiamento. La Procura di Milano che ha liberato l'Italia da Calvi, da Sindona, dalla P2, da Tangentopoli, dalle Fiamme Gialle corrotte, dalle toghe sporche romane e dai loro biscioneschi corruttori, e più di recente dalla Banda Parmalat, dai furbetti del quartierino e dagli agenti deviati della Cia. La Procura di Torino, che scoprì con Raffaele Guariniello le schedature Fiat e poi gli abusi nelle sale mediche aziendali di casa Agnelli, e otto anni fa scoperchiò il pentolone del doping alla Juventus e non solo, e nel frattempo con il procuratore Marcello Maddalena e altri pm fece condannare il presidente Fiat Cesare Romiti, fece arrestare e condannare per la prima volta Dell'Utri, intercettò la prima notizia di reato a carico di Previti. La Procura di Palermo, che sotto la regìa di Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte osò processare per la prima volta gli intoccabili per i loro rapporti con la mafia, da Andreotti a Contrada, da Dell'Utri a Mannino. E altre Procure più piccole, come quella di Potenza, sempre elogiate per il loro «riserbo» finchè non facevano nulla, o si occupavano di ladri di polli, e sempre attaccate per il loro «protagonismo» quando fanno qualcosa e magari incappano in qualche «eccellente» (invece di domandarsi perché Woodcock ha la passione per i «vip», bisognerebbe chiedersi come mai, appena s'indaga su un traffico illecito, s'incontra come minimo un parlamentare o un ministro della Repubblica, o con un sedicente principe della monarchia?).
Ogni qual volta esplode uno scandalo, ai cittadini onesti si allarga il cuore: non tutto è perduto, c'è ancora un giudice a Berlino, la legge può esser davvero uguale per tutti. È a questo punto che interviene il trio Ferrara-Ostellino-Battista: a seminare sfiducia e rassegnazione, a dire che sono tutti uguali, guardie e ladri, giudici e imputati, intercettatori e intercettati. E giù fango a carrettate per schizzare tutto e scoraggiare tutti. Se tutto è «sangue e merda», hanno torto i giudici e ragione gli imputati.
Infatti è sulle indagini che si concentrano lorsignori: ora troppo prudenti, ora troppo decise, ma sempre sbagliate. Lo scopo, non dichiarato e forse neppure da tutti pensato, è farla finita con le inchieste, almeno sugli «eccellenti», perché «a certi livelli» è tutto «sangue e merda»: è sempre stato e sempre sarà così. Perciò si sorvola sugli scandali che emergono dalle indagini. Perciò si parla dei giudici e mai dei reati. Dell'inesistente «protagonismo» di Woodcock, e non del quadro devastante che affiora dal suo lavoro, con l'ex famiglia reale trasformata in un bordello, la Rai (finalmente privatizzata) ridotta a un covo di prosseneti, e certi alfieri dei «valori della famiglia» indaffarati a barattare spazi televisivi in cambio di sesso.
Il caso della Procura di Torino è emblematico. Processa la Juve per doping fra il disprezzo e l'indifferenza dei commentatori à la page (gli attacchi sul Corriere di Giorgio Tosatti, amicone di Lucianone, a Guariniello riempirebbero una Treccani). Indaga su Moggi & arbitri. E sui bilanci bianconeri. Nel 2004 intercetta Lucianone, Giraudo e Pairetto per due mesi, poi il gip blocca le intercettazioni. Guariniello, pur disarmato, vorrebbe tener aperto il fascicolo, sperando in qualcosa. Maddalena opta per la richiesta di archiviazione, pronto alla riapertura in caso di nuove notizie di reato. Se sapesse che Napoli sta ancora intercettando, agirebbe diversamente. Ma lo scopre troppo tardi. A posteriori, aveva ragione Guariniello. Forse Maddalena doveva osare di più (e prepararsi alle accuse di «accanimento antijuventino» da Ostellino, Ferrara e Battista). Fra l'altro, per l'eterogenesi dei fini, l'archiviazione di Torino ha salvato Napoli: se il fascicolo subalpino fosse rimasto aperto, si sarebbe dovuto avvertire Moggi con una richiesta di proroga, così lui avrebbe smesso di parlare al telefono e l'indagine napoletana sarebbe morta lì.
Ora dalle intercettazioni emerge che l'aggiunto torinese Maurizio Laudi, giudice sportivo, ha chiesto a Moggi qualche parcheggio allo stadio (che non è casa di Moggi, è un luogo pubblico gestito dalla Juventus) e parlava con i dirigenti federali, dai quali dipendeva, prima di emettere alcune sentenze sportive. Emerge che un pm, Antonio Rinaudo, tifosissimo bianconero, è andato un paio di volte a cena con Moggi. Emerge che il procuratore di Pinerolo era intimo di Moggi. Ed emerge pure un particolare raccapricciante: Moggi regalò per Natale qualche cravatta a Caselli, che gli aveva chiesto delle maglie usate della Juve per una serata di beneficenza. Intendiamoci. Laudi avrebbe fatto meglio a lasciare la giustizia sportiva quando la sua Procura avviò le prime indagini sulla Juve: non si diventava giudici sportivi per volontà dello Spirito Santo. Per il resto, i suoi rapporti con i vertici del calcio, salvo che non emergano novità illecite, erano fisiologici al ruolo che ricopriva. I parcheggi non sono nulla di illegale, né di immorale. Così come le cravatte a Caselli: il quale tre mesi fa, come procuratore generale, ha firmato con Guariniello il durissimo ricorso in Cassazione contro l'assoluzione della Juve al processo per doping. Restano le cene di Rinaudo, che se le poteva risparmiare (anche se nulla sapeva delle indagini su Moggi); e i maneggi del procuratore di Pinerolo, che non si vede come riguardino Torino (a meno di creare una responsabilità oggettiva regionale).
Ecco, è questo topolino che ha scatenato una montagna di attacchi alla Procura torinese, dipinta come un covo di complici di Moggi, succubi dei poteri forti, nuovo porto delle nebbie (su decenni di inerzia della Procura di Roma, competente su tutti i palazzi del potere, anche sportivo, nemmeno una parola). Carlo Federico Grosso, sulla Stampa, chiede «chiarezza» su eventuali contiguità filojuventine (ma non era lui che, un anno fa, firmò un parere pro veritate in difesa di Giraudo e Agricola al processo doping?). E Battista, entusiasta, lo elogia: era ora che venisse «lacerata la coltre di imbarazzo che ha accompagnato il venire alla luce di comportamenti disdicevoli nella Procura torinese»; basta con «la reticenza degli opinion maker» che «ha contribuito a costruire il monumento all'avanguardia 'piemontese' contro la corruzione, il terrorismo e la mafia». Forse Battista non sa che quel monumento non l'ha eretto la reticenza: l'hanno eretto i risultati ottenuti dai Caselli, dai Maddalena, dai Laudi e da tanti altri giudici piemontesi contro le Br (quando magari certi neocon dell'ultim'ora vezzeggiavano l'estremismo), ma anche contro la mafia (che assassinò il procuratore Caccia, maestro di Caselli, Laudi e Maddalena, e tentò di fare la pelle al primo e al terzo). Ma Battista preferisce farfugliare contro i «difensori dell’ortodossia 'piemontese'» e le condotte «non proprio commendevoli» come l'«acclarata abitudine di integerrimi magistrati di intrecciare con Moggi conversazioni incardinate su richieste di parcheggi allo stadio».
Par di sentire Ferrara, che l'altro giorno si scagliava contro «la Procura di Caselli, Laudi e Maddalena, pupilli dei compianti Galante Garrone e Bobbio». Capìta l'antifona? Anche quei moralisti di Bobbio e Galante Garrone van cestinati con ignominia per concorso esterno in moggismo: il «tempio» dell’azionismo piemontese va smantellato perché Maddalena ha archiviato un'inchiesta, Moggi ha regalato tre cravatte a Caselli e Laudi parcheggiava allo stadio. Lo dice Ferrara, che prendeva i soldi dalla Cia e da Tanzi, e quando fu arrestato Squillante con 9 miliardi in Svizzera e i conti comunicanti con Previti, lo definì «uomo probo».
E lo ribadisce col copia-incolla Battista, già vicedirettore del Panorama di Giuliano Ferrara che diffamava il pool di Milano, reo di aver scoperchiato lo scandalo «toghe sporche», allegava videocassette per sputtanare Stefania Ariosto e pubblicava l'«Elogio di Previti» firmato da Ruggero Guarini. Presto, ne siamo certi, se ne parlerà a «Porta a Porta», in un bel dibattito con Bruno Vespa (che concordava ospiti e scalette con l'entourage di Fini), con Cesare Previti nell'ora d'aria, e magari con qualche procace ragazza assunta dallo squisito talent scout finiano Salvatore Sottile, in una memorabile puntata dal titolo: «Porco è bello? Opinioni a confronto».
REFERENDUM 25 E 26 GIUGNO

Negli ultimi tempi mi è capitato più volte di leggere o sentir dire che l'Italia è un paese di commissari tecnici e costituzionalisti improvvisati.
Ecco, nonostante Germania 2006, io ct della nazionale non mi ci sento neanche un po' e per ora mi sono limitata a guardare distrattamente la prima partita dell'Italia, commentando esclusivamente i fisici dei giocatori più bellocci.
Stasera, credo, farò altrettanto e guarderò la partita con gli amici, più per la compagnia che per la partita in sé di cui non so quasi nulla.
Invece, per quanto riguarda la deriva di costituzionalista dilettante, beh è tutto un altro paio di maniche e ci sono caduta con tutte le scarpe. E come se non bastasse, sento pure il desiderio di condividere certe esperienze, approfittando dello spazio "politico" di Gattomammone.
Premessa concisa: io gattasorniona voterò no [referendumcostituzionale.org].
Ma gli articoli che ho letto su quotidiani e rete non mi sono stati sufficienti e mi è venuta la voglia di capire in cosa consistessero esattamente le modifiche alla Costituzione Italiana in questione. Così ho fatto un lungo confronto tra il testo della Costituzione Italiana e il testo della legge Costituzionale oggetto del referendum, per capire un po' meglio tutta la faccenda e che si trova nel "continua" di questo lunghissimo post.
Nella colonna sinistra ho messo il testo attuale della Costituzione, con in blu le parti che verranno modificate e/o eliminate. Nella colonna destra, invece, ho messo il testo della Costituzione come sarebbe in caso venisse approvato il testo di legge costituzionale oggetto del referendum e in rosso le parti che verranno aggiunte e/o modificate sempre in caso di approvazione della suddetta legge.
Il prossimo fine settimana sarò, come tradizione, a fare la scrutatrice ad un seggio della mia città.
CASA A MILANO? EK KHALLA'!!
Con il permesso di gatto vi segnalo un nuovo servizio gratuito per tutti i Milanesi che passano di qui. Si tratta di Khalla, servizio di annunci immobiliari gratuiti solo di case, solo per Milano e solo per privati.
Khalla è opera di un gruppetto di amici che da qualche anno abitano a Milano e si sono messi in testa di realizzare un sito come quello che avrebbero voluto trovare quando si sono trasferiti sotto la madunina. Khalla è stato infatti pensato al 100% mettendosi nei panni di chi affronta il "problema casa". E crediamo che il risultato sia molto buono.
Provate Khalla e se vi piace... ditelo ai vostri amici milanesi, mandategli una mail, linkateli dai vostri blog... si, perché sono questi gli unici mezzi che i khalliani hanno per far conoscere il servizio!
Buon www.Khalla.it a tutti!
A PENSARE MALE NON SI FA PECCATO
In questo caso non è peccato pensare che il 10 aprile ci sia stato un esito un po' strano delle elezioni poltiche e che qualcuno, sottoforma di giallo, lo ribadisca. Questo libro ve lo segnalo e me lo leggero' nelle vacanze ormai prossime.
Finzione o realtà?
Un giallo che conduce sulle tracce del grande complotto elettorale.
È davvero possibile che sondaggi ed exit poll falliscano completamente le loro previsioni?
Dopo una campagna elettorale allo spasimo, i risultati delle elezioni 2006 smentiscono clamorosamente ciò che tutti si aspettavano.
Data per trionfatrice, la Sinistra ha quasi perso.
Dato per sconfitto, il Tycoon ha quasi vinto.
Ma cosa è accaduto in realtà?
Sulla scia della rivelazione di un investigatore privato, un giornalista cerca di venire a capo di una ipotesi inquietante. Il grande broglio è stato compiuto dal Tycoon e dai suoi.
Una macchinazione per cambiare l'esito del voto popolare.
Un complotto basato su un trucco vecchio come il mondo: le schede bianche...